scrivere il proprio cammino
Febbraio 22, 2020In Cronache marzianeBy Marzia

Ai miei piedi fa male la testa

Buongiorno mie care spettinate! Oggi, dal pianeta extraterrestre, do voce ai piedi. Oggi ripercorro il peso delle parole. Le orme che lasciano. Quei passi che diventano radici e fioriscono il nostro dire. O almeno è ciò che tento di praticare con moltissime cadute, deviazioni, voli, frenate, corse, lunghissimi stalli. Nonostante la fatica, sento che è lì che devo andare, verso quella totalità che mi permette di essere onesta. Con me stessa, con il mondo, come professionista del teatro, come autrice, come donna. Ma quanto è difficile? Che la bocca sia connessa al nostro cammino è un equilibrio da assumere attraverso un allenamento crudissimo e mai scontato.

“Ai miei piedi fa male la testa”

Gli ostacoli tra il dire e il fare sono proverbiali. Ahimè siamo umani e la parola ha smesso di essere pura emozione da quando abbiamo perso la coda. Rimangono i primi mesi infantili in cui tutto in noi è vero, diretto, puro. Poi arrivano le strutture. Le religioni condannano la menzogna, le società applaudono con giubilo le persone integre e incorruttibili, eppure ci chiedono, ci insegnano, ci costringono a fare il contrario.

Mi accorgo di quanti passi falsi, di quanta strada ho fatto e quanta ne devo ancora fare per essere coerente, in grado di poter parlare e dire ciò che sento, agire di conseguenza. Per non vivere nello scollamento, non vestirmi di ipocrisia, non cedere alla paura del giudizio e nemmeno alla seduzione di essere approvata attraverso l’uso smodato di compiacimento altrui. Una questione spinosa, che riguarda la “razza” terrestre. La morale pubblica osanna la verità ma chi davvero non mette filtri, chi agisce secondo la propria natura non omologandosi alle aspettative degli affetti o del sistema, chi cammina per la strada che sente essere sua, incontra muri, sgambetti, ostacoli, invidia, violenza, sabotaggi oppure passa dall’altra parte del gioco e avanza senza umanità, come un caterpillar, distruggendo qualsiasi cosa trova davanti al suo percorso. In mezzo c’è un filo. Il proprio cordone. Tocca ascoltare tutto il corpo, essere coscienti della pianta del piede, della distribuzione del peso sul cavo. E abbandonare la rete. (Philipe Petit con il suo trattato di funambolismo ha nutrito irrimediabilmente la mia anima.)

Noi donne (e molte altre “minoranze” non certo numeriche), abbiamo più ostacoli sul cammino. No, niente vittimismo. Ma consapevolezza e coraggio. Smettere di dire a noi stesse “tutto a posto”.

Scegliere il mio cammino, dire quello che penso e se non posso dirlo, almeno non dire il contrario, non tradirmi. Abbandonare l’ansia di non corrispondere. A cosa, a chi devo corrispondere?

Quanti passi ho fatto da ragazza senza accorgermi che non erano i miei. Il gioco di camminare sulle orme altrui. Essendo piccola, le mie tracce sparivano dentro quelle precedenti. Ma da giovani si ha bisogno di percorrere strade battute. Poi la natura ha avuto la meglio, mi ha chiamata a rapporto. Ho sentito la scomodità, la frustrazione, l’istinto profondo. E i miei piedi hanno preso terreni sconosciuti, fuori pista. Finalmente viva, splendente, che aria, che eccitazione! Tutto diverso, tutto lontano dalla noia, dalle regole, dai doveri. Tranne che per i sensi di colpa, quelli no, quelli orma dopo orma aumentavano di peso. Da questi passi le parole nascevano sconnesse, alcune figlie del nuovo cammino, altre reminiscenze del passato, altre ancora frutto di convenienza, di paura, di rabbia. Divisa a metà tra la verità del momento e la menzogna protettiva. Camminare e sentirmi strattonata ovunque, in molteplici direzioni. Verso un ruolo professionale approvato, sicuro, ambizioso, verso un ruolo di compagna, moglie, amante, un ruolo materno dolce e responsabile, un ruolo erotico e seducente, e ancora elegante, colto, educato o al contrario ribelle, verace, malandrino. E per finire bella, sempre al top, sorprendente, talentuosa, sportiva, scattante. Un turbinio funambolico di identità che si portano dietro tutti i sinonimi e i contrari. L’inadeguatezza. Il tiranno interiore. La bruttezza. Il senso di fallimento, la voglia di fuggire. Quella di essere amata. E di amare.

Non si esce indenni da una burrasca eppure ho imparato moltissimo. A lottare. A sbagliare. Più sbaglio, più il giudizio viene soppiantato dalla leggerezza. Sbaglia chi fa diceva mia nonna. Attraversare il conflitto, l’attrito con il mondo esterno, osare. Capire come proteggermi senza smettere di camminare. Rendere omaggio a tutte le  “allungatoie” che imbocco, quei passi in lande lontane che è necessario calpestare. Vie per ribellarmi, snodi fondamentali per definirmi attraverso la differenza, per misurarmi, per dire no, per dire io. Eppure ormai so che durante la ribellione il nemico da combattere è sempre il grande protagonista della propria vita e che non posso percorrere solo questa strada. Oggi i nemici li incontro ancora. Mi confronto, combatto, mi arrabbio ma non voglio dare centralità alla guerra, voglio affrontare una battaglia alla volta. E tra una missione e l’altra il tempo del cuore, del sole, del vento. Il tempo per me stessa. Oggi tengo nella pancia la miccia della rivoluzione, l’apertura al cambiamento, il mio istinto indisciplinato. I piedi, più callosi, più duri, stanno aprendo una strada personale, a volte spianata, ariosa, verdeggiante, altre scoscesa, rocciosa, umida. Le emozioni sono varie, ci sono gli alti, ci sono i bassi, ma ora la mia voce risuona nei talloni, canta tutto il corpo,  il corpo a sua volta la sostiene. E mi sembra incredibile. Comincio finalmente a baciare la mia strada. A tendere il cordone tra i confini di me stessa.  Dai piedi alla  bocca. Comincio a scrivere il mio cammino. 

 

Ho crepe sui talloni.

Radici che metto

ad ogni orma.

Radici che strappo

ad ogni passo. 

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