Gennaio 2, 2020In IndisciplinataBy Marzia

Tutto a posto

Un piccolo attrito, forse un inciampo, un sussulto sottile, minuto, affilato. Un attimo, solo un istante.
Poi niente, tutto come sempre, tutto bene, tutto a posto.
Una stonatura, un lontano stridio, sottile, minuto, affilato. Un attimo, solo un istante poi, no, no, mi sono sbagliata, che vado a pensare, ma no.
Tutto bene, tutto a posto
Una frana lieve, dal peso contenuto, un sassolino sullo stomaco, un altro sul piede, qualche graffio.

Ma no tutto bene, tutto bene, tutto a posto
Un tonfo. Improvviso. Profondo, schiacciante. Il tetto addosso, macerie ovunque. Ma respiro. Respiro ancora, fa parte della vita, su, su, non ti impressionare, tutto si rimette a posto.
Tutto come prima, tutto bene.
Un boato assordante, poi guerra, disastro, devastazione, crolla il pavimento, crolla il castello. Maceria il corpo, maceria il cuore, paura, dolore, sgomento, non può essere, non può essere, ce la farò, sistemerò tutto. Tutto andrà a posto.
Sono qui, nel buio, tra le rovine.
Ripenso a quel primo attrito, a quel primo inciampo. Ecco, quello, così piccolo e sottile, quello era l’inizio. E non l’ho capito, o forse, non ho voluto vederlo. E non ho voluto vederlo perché sono abituata.
A rimettere a posto.
A mettere tutto a posto.
A fare in modo che tutto vada bene.
Sono abituata alla violenza e non lo sapevo.
E non lo sapevo perché tutto intorno a me è violento e da sempre viene proposto come comune senso del vivere umano. Non lo sapevo perché “il femminismo ha già avuto tante conquiste, cos’altro ancora?”. Non lo sapevo perché il crudo bisogno del potere è ucciderci, sminuirci, renderci schiave o invisibili, a noi donne, a tutte le minoranze, agendo goccia a goccia nelle piccole cose, nel minuscolo, nell’impercettibile.

Quella radice patriarcale che ingabbia gli uomini in una cieca maschera di virilità e li fa competere tra loro per una medaglia, che li esige duri e forti in pubblico, predatori capaci, uomini di valore o goffi scarti del sistema, inibendo in loro fragilità, sensibilità, accoglienza, senza lasciarli mai liberi di essere semplicemente delle persone.
Quella radice patriarcale che zittisce noi donne, che ha contaminato la nostra autostima, costruendo per noi il ruolo sociale, il nostro stesso ideale di virilità, l’uomo principe prima, egoista e immaturo poi, geloso e possessivo e “di carattere”, eleggendoci ad eterne madri accudenti, ad amorevoli mogli sempre attente ai bisogni altrui, a non oscurare con il nostro valore il protagonismo del proprio compagno, senza lasciarci libere di essere semplicemente delle persone.
Il maschilismo attraversa ogni ceto sociale, ogni genere, ogni generazione.
I crimini terrificanti contro noi donne sono condannati a gran voce. I femminicidi, gli stupri, le botte, ripudiati con enorme zelo dalla morale pubblica. Poi, ogni giorno, milioni di piccoli soprusi così assecondati dal sistema, talmente dilaganti e quotidiani, da non essere nemmeno considerati tali.
Sono abituata alla violenza e non lo sapevo.
Non lo sapevo perché ho mangiato briciole di violenza fin da piccola, in famiglia, a scuola, tra gli amici. Minuscole gocce di veleno alle quali mi sono assuefatta. Non uccidono sul colpo, non danno sintomi, indeboliscono un poro alla volta, rendono fragile, intossicano. Piccoli attriti. Dalla lingua che declina quasi tutto al maschile, dalla rabbia che non si addice ad una bambina, alla svalutazione dell’entusiasmo, alla derisione dei sogni, al mancato sostegno per le madri che lavorano, a quel se sei madre e non lavori approfitti dell’uomo, se sei madre e lavori, non sei una buona madre, se non lusinghi il maschio non sei approvata, se sei in tiro sei una che usa il suo corpo, se non sei in tiro non sei femminile, se hai talento non guadagni come un maschio, se hai fatto carriera chissà come mai, se sei una donna di potere imiti gli uomini, se hai studiato assai non scopi, se scopi sei una …. da contattare per un filmino, se non pensi ai tuoi genitori sei egoista, se non pensi ai tuoi figli sei egoista, se pensi a te stessa sei egoista, se lotti per i diritti sei aggressiva, se non perdoni, non sei accogliente, se sei lesbica non sei donna. Se, se, se… Se segui il tuo istinto, se improvvisi, se fai le prove di volo l’importante è che precipiti.
La violenza non è uno scoppio improvviso. Ha miriadi di minuscole radici infestanti. Gli omicidi e gli stupri sono la punta dell’iceberg, sono la cima più alta, l’unica visibile e quindi l’unica condannabile ( per carità, doverosamente eh.) Ma l’iceberg è una enorme montagna sommersa. Così come sommersa, censurata, innominabile è la grande catena montuosa formata da tante piccole rocce di violenza quotidiana. Ogni volta che una donna fa notare i sassi che riceve addosso ogni giorno, viene schedata immediatamente come eccessiva, esagerata, aggressiva, permalosa, egocentrica, acida femminista che la fa tanto lunga per un sassetto. Eppure senza i milioni di “sassolini” non ci sarebbe alcuna cima.
Abbiamo sempre vissuto in un campo minato. Secoli e secoli di funambolismo tra le bombe. Siamo delle atlete, secolari circensi. Maghe, streghe, danzatrici, trapeziste, clown, amazzoni, lanciatrici di coltelli. Equilibriste tra le mine. Nessuna rete, molte le cadute, moltissime le morti. E’ ora di disinnescare le bombe. Dicendo no. Bonificando la terra. Lavorando perché il campo sia libero. Siamo abituate a mettere a posto? Alleniamoci a difendere il diritto ad averlo un posto, il nostro posto, il luogo della nostra dignità, del nostro rispetto, del nostro valore.

Ma come si fa
a convincere il sasso
a star nella casella
l mio è distratto,
curioso, perditempo,
dici tre, sceglie otto, chiami due,
rotola in panchina,
forse non importa
forse vuole dirmi
salta in ogni dove
non prendere la mira
cadi, sali, scendi
molleggia le ginocchia
all’improvvisa, senza meta
ché quelle son campane
quella è una festa,
tutta te stessa, tutta.

Siamo abituate a mettere a posto? Bene, è ora di mettere in disordine.

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