Gennaio 3, 2020In Cronache marzianeBy Marzia

Le allungatoie

Sarà che vengo da Marte e mi sento sempre un po’ forestiera, sarà che sono indisciplinata, nomade, un’anticchia dispersiva, ma uno dei nodi che non riesco mai a sciogliere di me stessa è la tendenza a non andare mai dritta alla meta. Ogni volta che faccio un bilancio, mi accorgo che per realizzare questo, per ottenere quello, per arrivare lì, intraprendo giri degni delle più virtuose ricamatrici, arrivando al traguardo dopo un tempo infinito. Se partecipassi ad una maratona, arriverei in fondo quando tutto è stato già smontato. Anche oggi sono ancora lontana da tutta una serie di rive in cui desidero approdare, in molti sono già lì, mi hanno preceduta pure coloro che sono partiti dopo di me. Tu mi dirai, sei lenta. No. Questa è la contraddizione! Sono di indole veloce, iperattiva. E da qui mille elucubrazioni su quanto mi saboto, sulla dispersione, sulla mancanza di autostima, sulla paura di avere successo, sulla paura della vittoria. In questi gironi di riflessione ho compreso varie dinamiche che attivo e che mi portano ad essere lenta nel raggiungimento degli obiettivi. Accanto ad una valanga di improperi, di ribollenti autocritiche, di maniche arrotolate e di lavoro su me stessa, sono giunta però anche a quest’altra consapevolezza: accettare il mio istinto, la mia natura, ascoltare quali doni mi consegna con le sue scelte. Ho capito che la lentezza e il nomadismo sono parte del mio percorso di crescita, sono sintomi del mio bisogno di piccoli passi, fatti all’ombra, non sotto i riflettori della via principale. Arriverà il momento in cui anche la strada diretta farà parte del mio procedere. Intanto posso dire:

Amo le vie secondarie, i viottoli incerti, fangosi, i sentierini boscosi, umidi, le orme che maree assorbono, le impronte che deserti dissolvono, i passi che violano nevi. Non per viaggiare ribelle, non per snobbare traffico, non per evitare pedoni, né per paura di confrontarmi con l’umana andatura. Ma perché arrivare al panorama da strade spianate non mi prepara a siffatta meraviglia. Perché su percorsi meno battuti imparo l’ascolto, la fatica, il dettaglio, ritrovo il me nel tutto, ricordo il tutto in me, incontro viandanti dalle scarpe sapienti e tocco l’indicibile bellezza degli anfratti. Perché quando infine un panorama si svela e ferma il mio cammino, allora ho la commovente gioia di nessun perché, di un nulla indefinitamente sacro che mi coccola, che mi accoglie. Appare nella sua potenza, nella sua maestria, come unica possibile sintesi divina, sacra, di quei passi azzardati tra viuzze, labirinti boscosi, vette imponenti e lande sabbiose. E mi sussurra con amore che ogni mio passo, ogni mio giorno speso in “allungatoie”, ha curato ogni frettolosa miopia, ogni compulsiva cecità, e mi ha donato iridi pronte a sostenere la scintillante vividezza dell’arcobaleno, di quel magico ponte dipinto che tiene per mano cielo e terra.

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