Gennaio 5, 2020In IndisciplinataBy Marzia

Voglio mangiare carbone

Eccomi qui, come sempre, a scrivere di notte. La notte che tra qualche ora svanirà nell’alba del 6 gennaio.
Ci siamo. Pronta a ricevere sentitissimi auguri per la tua “festa” come ogni epifania? Pronta a fare autoironia sulla vecchiaia che avanza, sulla bruttezza, sulla befanaggine insita in noi donne, anticipando le battute degli originalissimi maschietti carichi di spasmo cameratesco? Che dire, brava! Stai allo scherzo, sei autoironica! (pensano i suddetti ometti). Soprattutto generosa (pensi tu). E con sorriso forzato nascondi la noia mortale di battute trite e ritrite e il conseguente scassamento di ovaie.
A parte tutto, ti sei mai chiesta chi è, o meglio, quante donne è la Befana?
(che è come dire, quante donne ci sono in ognuna di noi…)

LA BEFANA NEI SECOLI
Copriti bene, saliamo sulle nostre scope e tentiamo un volo nei secoli passati, giusto una veloce carrellata che dia luce alle molteplici radici di questa figura femminile.

Il nome Befana, deriva da Epifania (dal greco ἐπιφάνεια, epifáneia), evoluto poi attraverso bifanìa e befanìa e significa letteralmente: “apparizione, manifestazione”. Nella tradizione cristiana è la manifestazione di Gesù ai Re Magi in visita a Betlemme, 12 giorni dopo la sua nascita.
Ma l’origine della Befana è assai più antica e deriva da numerosi riti propiziatori pagani in uso tra il X-VI secolo a.C., connessi al raccolto dell’anno trascorso pronto per rinascere come anno nuovo. I Romani fecero loro questi antichi riti probabilmente collegati al mitraismo ellenistico diffusosi in Italia. La dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura. I Romani credevano che in queste dodici notti, simbolo dei dodici mesi dell’anno, figure femminili volassero sui campi coltivati per evocare la fertilità dei successivi raccolti. Tali figure hanno numerose possibili identificazioni tra le quali Diana, la dea lunare legata alla cacciagione e alla vegetazione, Sàtia (dea della sazietà), Abùndia (dea dell’abbondanza), Giano e Strenia, poiché alla festa in loro onore si scambiavano regali, la celtica Perchta, la scandinava Frigg, Bertha in Gran Bretagna e approdando alla mitologia germanica, Holda e Berchta, personificazioni della natura invernale.

La Chiesa di Roma condannò le credenze pagane definendole sataniche e, a partire dal Basso Medioevo, l’attuale figura della Befana fu associata ad una strega, anche se di natura benevola. Ecco infatti comparire una scopa volante che la Befana, in perfetto stile indisciplinato, cavalca al contrario rispetto alla tradizionale iconografia della streghe. L’aspetto da vecchia rappresenta simbolicamente l’anno passato, la natura invernale secca e spoglia.
Questa antica figura pagana fu comunque accolta gradualmente nel Cattolicesimo (che quando non è riuscito a distruggere tradizioni precristiane molto seguite, le ha rimasticate secondo le propria morale) come una sorta di dualismo tra il bene e il male, infatti nella calza (che anticamente era un grande sacco di iuta tipico dei contadini), secondo la versione punitiva cattolica, se i bambini non si comportano bene, al posto dei doni, spunta il carbone. Il carbone in origine era simbolo rituale dei falò nei quali venivano bruciati feticci dell’inverno passato, in ricordo del rinnovamento stagionale.

LA SCOPA
Fin da ragazza mi son detta che non sarei mai diventata una donna dedita alla lucentezza della casa, eccellente custode della brillantezza, eroina dell’igiene, paladina dell’ordine, acerrima nemica della polvere. La mia energia era altrove. Vi lascio immaginare quando a 20 anni sono andata a vivere da sola quale tripudio, quale festa per il caos! Grattaceli di piatti sporchi, vestiti alla rovescia abbandonati ovunque, portaceneri seppelliti da cicche, capelli nel lavandino. Proprio la graziosa dimora di una fiabesca fanciulla…
Ero sempre in giro, sempre nomade, sempre fuori casa, sempre fuori.
Poi sono cresciuta. No, non credo raggiungerò mai il grande talento organizzativo di una casalinga doc. (e anche, perché no, di un casalingo).
Semplicemente pian piano è comparso in me il bisogno di aver cura della mia tana, il piacere del ritorno a casa. Ho iniziato ad osservare con altri occhi uno strumento semplice, primitivo e comunissimo: la scopa.
Ho scoperto che avevo dimenticato. Dimenticato l’antica sapienza di noi donne, la nostra capacità di comunicare con la natura, di ascoltare altre dimensioni, di intuire. Avevo dimenticato che ai primordi gli strumenti rituali erano oggetti quotidiani. Ché le cose semplici, le piccole azioni giornaliere, hanno un valore magico da tempi immemori. Forse avevo dimenticato perché sono da sempre in conflitto con tutte quelle attività per millenni imposte a noi donne. Ma a volte, osservando le cose da un nuovo scorcio, tutto prende un altro sapore e comincia ad avere senso ricordare.

La scopa pulisce, purifica, spazza via il superfluo. Fa riemergere l’essenza. Elimina la zavorra che nasconde il pavimento, che sabota fondamenta, che seppellisce radici. Prendere questa bacchetta magica e spazzare il luogo in cui si vive è un rito che emana la sua influenza fino all’anima. Spazzo la mia tana, la mia energia torna a risplendere. Dissolvo quella patina grigia fatta di stress, doveri e frustrazioni, faccio spazio al benessere.
Ed è così che, essendo usata prevalentemente da noi donne nelle faccende domestiche (anticamente però anche da molti sciamani), è diventata il grande simbolo del femminile magico, il mezzo con cui le streghe si alzavano in volo.
Come ho già scritto, sono gli utensili che abbiamo alla nostra portata tutti i giorni gli strumenti magici che quotidianamente ci aiutano a vivere. Nel Medio Evo, l’utilizzo per la magia di oggetti comuni provenienti dalla casa o dalla campagna era anche una scelta strategica per non essere denunciati alle autorità. Quindi per le streghe la scopa. Per i demoni e i diavoli il forcone, strumento usato dagli uomini nell’attività agraria.
Ai primordi la scopa era un semplice gambo tagliato da una pianta di ginestra con un ciuffo di foglie all’estremità. La ginestra aveva molte proprietà, alcune considerate magiche, connesse alla fertilità.

Per questo motivo l’uso della scopa è legato ad antichi riti praticati dalle donne che a cavallo di bastoni correvano sui campi seminati per propiziare un ricco raccolto, in ricordo e rappresentazione delle primordiali unioni sessuali che avvenivano nei campi seminati, pratiche che durante il cristianesimo non erano ovviamente permesse e che potevano solo essere evocate.
La scopa infatti, se ci soffermiamo a osservala, ha in sé entrambi i principi che rimandano alla fertilità: il fallo maschile, ossia il bastone, e la vagina femminile, ossia la parte triangolare fatta di rami.
La Chiesa dichiarò molte di queste tradizioni arcaiche effetti del contatto con satana. Sappiamo dai resoconti processuali che il fenomeno definito “volo al sabba”, ossia al convegno di streghe, era una pratica assai comune legata all’uso di un unguento allucinogeno che, attraverso bastoni di legno (probabilmente il bastone della scopa), le donne applicavano soprattutto nelle mucose vaginali. L’unguento provocava uno stato alterato, una condizione onirica, di sogno, liberando l’anima dal corpo. La raffigurazione dell’anima che esce dal corpo è fumosa. La strega che esce dal camino è la rappresentazione simbolica del volo al sabba.
Sappiamo che esisteva davvero l’usanza di cavalcare la scopa per recarsi al sabba e anche questo aspetto potrebbe aver originato la credenza della scopa volante. In realtà, non si trattava di scope ma di bastoni, e le donne che li cavalcavano non volavano, ma avanzavano zoppicando, saltando su e giù per evocare il passo del cavallo. Questa danza faceva parte del rito stesso e infatti molte confessioni durante i processi riportano questo viaggio a cavalcioni della scopa (soprattutto per quelle streghe dai natali più umili che non possedevano un cavallo o una carrozza).
Ma le streghe sono un mondo, un universo immenso e meritano vari approfondimenti. Quindi cara indisciplinata, inizia pure a preparare pentolone e pozioni varie, perché ne parlerò con attenzione prossimamente. Oggi il primo passo: iniziamo a spazzare.

VOGLIO MANGIARE CARBONE
Con il buio, mentre la città dorme, distinguo la voce delle cose. Ho un languore nello stomaco, cerco di ritardare il mio assedio notturno al frigo ma so che cederò.
Ecco, ho in mano la mia scopa. Purificarmi, alleggerirmi e riprendere a volare. Oggi, 6 gennaio, mi guardo allo specchio. Sono più vecchia. Guardo attentamente, scopro
dettagli. Ritrovo in me gli anni trascorsi, le donne che sono stata e alcune tracce delle donne che sarò. La bambina, l’adolescente, la giovane, la donna adulta, la qui presente sottoscritta di mezza età e la sessantenne che potrei diventare. E mi chiedo:
Perché tu, Befana cara, sei brutta e vecchia? Se tra le tue molteplici origini c’erano donne divine che volavano sui campi e nessun riferimento all’età, come mai poi sei diventata così vecchia? E perché brutta? Non fraintendermi, a me piaci e mi piaceresti in qualsiasi modo.
Te lo chiedo perché spesso è lo sguardo altrui, lo sguardo sociale, che ci addossa un’identità. Sono io che ti vedo vecchia e brutta? Ti vedo così perché la nostra tradizione ti vuole così? E perché brutta poi? Una donna vecchia non può essere bella? Sì, lo so, mi dirai che l’aspetto è soggettivo, però, su, non hai certo un visino aggraziato. Non sarà che sono così spaventata dalla vecchiaia da aver paura di guardarla? Al punto che preferisco legarla alla bruttezza? Se sono vecchia sono brutta? Oppure significa che non sopporto la bruttezza al punto da associarla al tempo in cui si è vicini alla morte?
(fermami, che mi è partito il gioco dei perché!)

Ecco, ti vedo. Fai un sospiro, deglutisci e ti armi di pazienza. Dallo specchio mi sembra di sentirti dire:

– Ho in me tutto il passato, decenni di storia, secoli e secoli di generazioni femminili, mesi e mesi di rigido inverno. Sono vecchia per ricordarti che vengo da lontano, ma è solo una convenzione. Io non ho età, o meglio, ho tutte le età. I doni che porto sono i doni che l’esperienza ci lascia. Quando mi guardi negli occhi puoi conoscere i regali che il tuo vissuto ti sta consegnando. Io posso essere come voglio. Bella. Brutta. Giovane. Vecchia. Non ho paura di essere brutta, né anziana. Così come non fuggo dalla bellezza e dalla giovinezza, anzi, le annuncio, apro loro la porta, porto in me il seme della primavera. Se mi vedi brutta forse ti risulto un po’ scomoda. D’altronde ti sto chiedendo di lasciare il passato, di accogliere il nuovo. Difficile salutare le abitudini, il conosciuto, anche quello doloroso è pur sempre una certezza. Oppure mi preferisci brutta perché hai bisogno di rendere buffa la mia presenza. Hai bisogno che io risulti simpatica. Non mi offendo mica, mi diverte farti ridere. Se ridi ammorbidisci le tue difese, il mio potere se non è preso troppo sul serio agisce indisturbato. D’altronde, hai interiorizzato lo sguardo comune (patriarcale e un’anticchia misogino, ma anche di questo avremo modo di parlare più in là). Secondo il “buon senso” dilagante, io potrei mai essere bella come la Santissima Vergine? Sia mai! Che poi, povera Maria, ha un grande, grandissimo sense of humor ma il padre non le ha mai permesso di fare una battuta, una pernacchia, una capriola, sapessi che frustrazione per lei cotanta santitudine! Così, amica mia, a parte qualche eccezione rara, ancora oggi una donna bella raramente si immagina simpatica, divertente, comica o intelligente così come una donna brutta non può certo diventare una dea, essere protagonista, piacere, essere sensuale!
Io me ne frego. Svolazzo per incontrare bambini. Tutti i bambini, specialmente quelli adulti, che sono i più fragili. Nei miei doni troverai solo ciò che ha senso tenere del passato. Del resto fanne carbone. Brucia le donne che sei stata. Non è un rogo, è spinta vitale. Dona a te stessa le tue ceneri.

Ecco. L’alba e un vuoto nello stomaco. Il mio riflesso nello specchio mi guarda pietosamente e suggerisce di incenerirmi. Andiamo bene. Quando si farà giorno pieno metterò un bel collant con la riga dietro, di quelli che non indosso mai, ché solo a guardarli chiusi nella confezione già si smagliano. Oggi rischio e li infilo, oggi voglio essere elegantissima. In queste calze metterò la dolcezza e la crudeltà delle rughe che ho, della mia cellulite, delle maniglie dell’amore, di questa nuova me sbilenca, matura, un po’ ammaccata.
Che poi, in fin dei conti, nel presente si è sempre nuovi, nel presente mica ci si conosce, nel presente è sempre la prima volta. Bisognerebbe allenarsi a lasciare il ricordo di chi eravamo ieri, a non rincorrere l’idea di chi saremo domani. In queste calze metterò le mie ceneri.
Ho fame. Voglio mangiare carbone. Ché ho bisogno di carburante per volare, di ceneri per concimare. E dalle mie ceneri fiorire.

Oggi il mio augurio va a tutte le scope del mondo. Che predano nuovamente il volo. In tante, in molte, a milioni. Tutto un planare di scope a ripulir le stelle.

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