Maggio 29, 2020In Corpo estraneoBy Marzia

Quegli esami orali…

Ripercorre la storia del proprio curriculum sessuale, della propria vagina. Dell’incontro con il pene.

Ecco, per quanto mi riguarda, i miei inizi sono stati decisamente fantozziani. E dopo la partenza creativa e precocissima che già ho raccontato in CHI HA MANGIATO LA MARMELLATA,le mie imprese nella gestione emotivo- genitale hanno avuto un seguito.

Durante gli anni della mia adolescenza, una delle prova più dure e difficili era rispondere alle golose richieste, velate o meno, di assaggiare la virile leccornia. Le mie strategie allora si intensificavano e non conoscendo nel vocabolario la parola NO, se un ragazzo  mi piaceva, mi industriavo affinché il mio interlocutore non si accorgesse quanto mi ripugnasse il suo pendulo genitale. O almeno ci provavo…

Come ogni matricola, il percorso di apprendimento all’inizio fu assai complicato soprattutto per l’esistenza di numerosi ostacoli che tutt* conosciamo e che, da principiate, non era semplice gestire simultaneamente:

A) PERICOLO DI SOFFOCAMENTO: 

la mia respirazione nasale martoriata sin dall’infanzia dalle adenoidi e dal setto non proprio regolare non potendo in questo caso utilizzare inalare ossigeno dalla bocca, tappata dall’ingombrante muscolo, mi porta ad un’inesorabile e lenta morte per soffocamento. Ecco attuare quindi, celatamente, una tecnica di salvataggio immediata, costituita alternanza di sensuali e frenetiche pennellate linguali, pause preziose per incamerare l’aria necessaria al successivo turno di ginnastica mascellare.

B) PERICOLO DI RIGETTO: 

come sa ogni chirurgo che si rispetti, il pericolo immediato dopo l’innesto di un organo esterno in un corpo, è il rigetto. Ebbene nel caso in questione può accadere che, con il passare dei minuti, il donatore si risvegli dalla morte apparente e, passando da uno stato di passiva ricezione a quello di attivo compagno di giochi, ti spodesta dalla guida dell’eccitato siluro e, dopo aver galantemente appoggiato la mano sulla tua testa per assicurare una presa infallibile,  invade la gola con violente penetrazioni a stantuffo che inevitabilmente stimolano la risposta difensiva dei succhi gastrici annessi a conati di vomito. In certe occasioni prospere dimensioni del pendulo dono gestito come una Ferrari guidata da un quindicenne, sono tutt’altro che piacevoli.

La tattica in questo caso è sottrarmi repentinamente dal controllo del mio interlocutore e impegnare le sue mani sul mio corpo, come a chiedere partecipazione reciproca, azioni diversive che riportavano lo spericolato pilota ad uno stato di incoscienza e mi garantiscono di riprendere il comando, ritrovando un ritmo a me sostenibile.

C) PERICOLO DI PARALISI:

più l’operazione è a buon punto, più i risultati cominciano ad essere evidenti, proprio quando il ritmo necessario si fa più incalzante, un dolore acuto travolge la mandibola, costretta da tempo alla frenetica ginnastica, e litri di acido lattico si diffondono nei muscoli facciali. In estremis, per evitare un’ imbarazzante paralisi, riprendo la pratica manuale per concedere qualche secondo di riposo alla mia affaticata mascella, prima di rituffarmi nell’ultimo definitivo esercizio.

D) EFFETTO SPINA DI PESCE:

pericolo di intasamento trachea causa peli genitali distrattamente ingoiati, eventualità scomoda che costringe le sbrigative dita ad una poco elegante perlustrazione della gola nella speranza di espellere il fastidioso intruso.

Non oso immaginare le malcapitate cavie di questi miei primi “esami orali”, ma da qualche parte si deve pur cominciare. Ho detto esami? Ebbene sì, perché all’epoca, la mia insicurezza, mi faceva dipendere senza nessuno scampo dall’ansia di prestazione e del giudizio altrui. 

Ecco. Ora che ho fatto outing sulla mia insufficienza iniziale alle pratiche orali, vorrei aprire una voragine sull’altrettanta diffusa incapacità orale, o forse solo svogliatezza, di tanti virgulti.

Le prime volte che una lingua mi carezzò nei miei segreti, mi prese un colpo. Provai imbarazzo, paura di non piacere, ansia, schifo, eccitazione, gioia. Insomma, stato emotivo da ricovero. Certo è che negli anni, e vi assicuro non solo quelli adolescenziali, anche con uomini più che adulti, varie sono state le complicazioni che la mia vulva ha dovuto affrontare:

A) EFFETTO TRAPANO: la lingua, morbida e vellutata, trasformata improvvisamente in arma pungente che inesorabile martella la clitoride. Con prontezza è il caso di guidare l’impulsivo avventore di tornare all’uso delle mani. Ahimè, statisticamente, la stessa frenesia è trasferita alle dita. E niente, hai appena incontrato chi non riesce a non pensare: e vieni! E dai vieni, su, su, su, su, vieni, dai dai dai dai. Se non vale la pena, la mia opzione è improvvisare un mal di testa. Se invece ha senso continuare, la vecchia, sana, concreta soluzione è dirgli: piano. Un conto è la passione, un conto la fretta. Un automobile non parte se metti la quarta. 

B) EFFETTO BENEFICIENZA: pigri e avari assaggi, svogliatezza malcelata, a rasentare il disprezzo, un formale minimo sindacale prima di passare dopo 60 secondi alla penetrazione. Della serie: te sto a fà un favore, accontentati, non me puoi dì che nun ho fatto i preliminari. Spesso costoro sono individuabili già dal bacio, durante il quale ti chiedi che fine abbia fatto la loro lingua.

C) EFFETTO FRULLATORE: labbra e clitoride risucchiate in un vortice compulsivo: dita, denti, lingua, morsi, chi più ne ha più ne metta. Tu che cerchi di calmare l’affamato, di fargli capire che fa male strafogarsi in un boccone e che a mangiare da soli ci si strozza. Della serie: ho fame, divoro tutto, il fatto che ci sia tu intorno alla vagina non è cosa che gli riguarda.

Mie care indisciplinate, che dire, mi viene molto da ridere, tante le avventure tragicomiche delle nostre vagine, tanta la strada per permetterci di essere libere, per guidare noi stesse e l’altr* verso il nostro piacere, per non inseguire più solo il compiacimento dell’amante.

E quanto è bello quando si rispetta l’istante, quando l’empatia regna, quando la passione e il desiderio sono generosi, reali, reciproci, e quelle antenne animali, quel fiuto ancestrale, si traducono nel primordiale atto d’amore: l’ascolto. Lo auguro a tutt*. Sempre.

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