Gennaio 5, 2020In Corpo estraneoBy Marzia

Non sapevo di essere donna

I primi 10 anni della mia vita sono cresciuta vivendo il corpo con naturalezza, senza farmi domande. I miei genitori, nati negli anni ’30 del 900, non hanno pensato di stimolare una bambina alla consapevolezza del suo corpo, tantomeno mia madre ha mai trovato le parole per prepararmi alla trasformazione della pubertà, non credo le riuscisse facile, non avendo a sua volta avuto una madre capace di accompagnarla nella crescita del suo corpo. Era un tabù. Non se ne parlava ai suoi tempi e lei non ne ha parlato con me. Eppure ho avuto sempre modo di vedere i miei nudi, erano molto liberi, si spogliavano e si vestivano tranquillamente davanti a me. Ma ecco, del corpo che cambia, no, silenzio totale. Non che mi importasse a quell’età, i maschi avevano il coso, le femmine la cosa e le tette, per me era differenza da nulla, come dire, uno era biondo, l’altra mora. Non pensavo che sarei diventata come gli adulti. Imparavo piuttosto ad essere femmina attraverso tutta una serie di influenze culturali che i miei e la scuola mi davano e che stavano formando il mio sguardo. Fiabe, giochi, vestiti che ricevevo. E che amavo. Ma non sapevo di essere donna. Una volta, verso gli 8 anni, un mio amichetto, mentre eravamo fuori a giocare da soli, mi chiese di alzarmi la gonna e abbassarmi le mutande. Per indole democratica, risposi di levarsi pantaloni e mutande anche lui. Restammo frontali e distanti a guardare i nostri genitali ridendo. Non sapevamo perché ridevamo, ricordo una vaga percezione di trasgressione, o forse solo l’imbarazzo di una primissima intimità. Poi la voce di mia madre che mi chiamava per la cena ci fece rivestire cancellando ogni possibile impulso, ogni domanda, ogni dubbio. La pastasciutta ebbe la meglio.
Non sapevo di essere donna. Nessuna sorella maggiore con cui parlare, solo coetanee con le quali giocare. In tv le pubblicità sugli assorbenti erano talmente edulcorate che non destavano in me alcuna domanda. Non ho ricordi delle mestruazioni di mia madre, ero molto piccola e nemmeno mi fu spiegato perché stette male tutto un anno. Adesso so che era la menopausa. Parlo del decennio tra il 1976 e il 1986. Non del Medio Evo.

Dieci anni. Scopro uno strano rigonfiamento sulla parte sinistra del mio petto. Controllo la parte destra e lì invece tutto è come sempre. Piatto. Comincio a sudare freddo, mi avvicino con timore allo specchio, mi alzo la maglietta e vedo il capezzolo orribilmente deformato da un enorme bozzo. Lo tocco, fa male.
Corro da mia madre, mi alzo la maglietta e ridendo mi parla del seno e mi ricorda che, pur se piccolo, anche lei ne ha uno. Le faccio notare che sono io che ne ho uno solo, mentre lei come tutte le donne ne ha due.
Ho indossato tutta l’estate il mio primo bikini sotto una maglietta aspettando che il mio corpo creasse anche l’altra escrescenza nel rispetto di un armoniosa e naturale simmetria.

Undici anni. Mattina, nel bagno della scuola, subisco un colpo atroce: roba appiccicosa e marrone nelle mutande.
“Che schifo, sembra sangue! Non ricordo di essermi ferita. Claudia mi ha detto che sua sorella maggiore soffre di emorragie una volta al mese. Non saranno mica quelle cose, come la ha chiamate?
Oddio! I miei jeans sono macchiati, che vergogna! Non esco più dal bagno fino alla campana di uscita. No forse è peggio, mi verrebbero a cercare, devo essere disinvolta, tranquilla, come se niente fosse.”
E con della carta igienica a mo’ di assorbente e la felpa in vita per coprire i pantaloni, sono tornata in classe.
All’ora di pranzo entro a casa discretamente isterica e vomito il fatto. Figuratevi la mia sorpresa quando mia madre comincia a saltare, mi abbraccia, mi bacia e mi dice con le lacrime agli occhi che sono diventata una “SIGNORINA!”.
Eccitatissima, mi molla in stato catatonico e si precipita a telefonare a mio padre, a mia zia, a mia nonna. Tutti sono contenti, tutti fanno gli auguri (a lei!), tutti mi vogliono ancora più bene.
“Che c’è da festeggiare? Io non voglio, non voglio, non voglio. Chi le ha detto di dirlo a tutti? Possibile che sia un evento di cui andar fieri? Cosa ci guadagno? Se ora sono una SIGNORINA posso andare più tardi a letto la sera? E posso fare i compiti quando voglio? E stare le ore al telefono con i miei amici?”.
E mentre studio la strategia migliore per sfruttare l’euforia dei miei e volgerla a mio vantaggio, torna mia madre con un grosso sorriso idiota stampato sulla faccia e mi porge, come fosse un fantastico regalo da scartare, un enorme pacco di assorbenti, soluzione unica e necessaria per completare il mio “debutto” in società.
“Colpo basso! Tradimento! Cos’altro c’è da scoprire dietro questo meraviglioso evento che tutti sembravano aspettare, tranne me?”.
Mi chiudo in bagno e mentre mamma cicala allegramente fuori dalla porta, io subisco un ulteriore shock cercando di sistemare sulle mie mutande quell’ingombrante ed irritante marchingegno. Non posso credere a quello che lei mi sta dicendo, cioè che per una lunghissima parte della mia vita dovrò sopportare questo supplizio una volta al mese ed indossare questi cosi schifosi, che mi fanno sentire goffa, sporca e impacciata nel movimento.
Per mesi, nei periodi del ciclo, ho imprigionato il mio culo dentro giganteschi pantaloni e indossato felpe come cinture di castità, ho passato ricreazioni incollata al mio banco prima di mettere a punto una camminata disinvolta che nascondesse il mio stato agli altri, soprattutto ai ragazzi.
Ma non ero ancora tranquilla: come fare con l’avvento dell’estate ?
a) Pregare i miei di portarmi in montagna per evitare di soffrire il caldo al mare senza poter fare il bagno?
b) Farlo ugualmente rischiando di uscire dall’acqua con un canotto tra le gambe?
c) Andare in spiaggia con i pantaloncini incollati al sedere, come era successo l’anno precedente con la maglietta copri tetta?
Queste e simili congetture disturbavano ormai da tempo il mio sonno, quando un giorno, chiacchierando con alcune ragazze provviste di sorelle maggiori, scopro l’esistenza di miracolosi “invisibili” tamponi che sembra facciano dimenticare di avere il ciclo e che assicurano di passare inosservata anche indossando il bikini.
Non perdo tempo, compro quelli più sottili e corro a casa.
Mi chiudo in bagno. Mi siedo sulla tazza e comincio a leggere le istruzioni dal virtuoso linguaggio tecnico, probabilmente scritte da un uomo, cercando di studiare le simpatiche figure illustrate: passo due ore in bagno eseguendo complicati esercizi acrobatici, in piedi sul cesso, sdraiata a terra, accovacciata davanti allo specchio, sprecando metà scatola di tamponi e massacrando la mia vagina. Nei tre cicli successivi porto avanti una vera e propria guerra finché un giorno finalmente la mia vulva ingerisce, se pur controvoglia, il tecnologico assorbente.
VITTORIA! Mi sento più forte e sicura ora. Ancora non so che è appena l’inizio. Non ho avuto il piacere di essere travolta dalla così detta dismenorrea, quei simpatici invasivi, micidiali, massacranti dolori che ti rendono martire afflitta da frecce perforanti, incastonate nei reni e nelle ovaie, quello stato che rende il corpo totalmente inerme, gonfio, in preda a emorragie spossanti e che ti condanna ad anni di intossicazione farmacologica. Per ora mi godo questa estate del 1988 a ritmo di: “Sì, la vita è tutto un quiz!”.

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