Aborto o della crocifissione
Ottobre 4, 2020In Cronache marzianeBy Marzia

Aborto o della crocifissione

Secchio nero. Busta di petrolio annessa. Le mie cosce sipario. Pozzo protagonista tra le mie gambe cornice. Lì finirai? Non ci pensare, non ci pensare, non ci pensare. Ho freddo. Il lettino su cui sono sdraiata ha la temperatura del metallo. La mia amica non l’hanno fatta entrare, è andata a casa e tornerà per la mia dimissione. Sono sola. Più che una sala operatoria pare un anfratto dimenticato. San Camillo. Decine di parallelepipedi che sanno di candeggina, complesso del 1919 completato dal governo Mussolini nel 1929: Ospedale Littorio. Nel secondo dopoguerra divenne Ospedale di San Camillo de Lellis, in onore del patrono dei malati, degli infermieri e degli ospedali.

Digiuna. Ottanta giorni di me e di te. Te che mi hai regalato una felicità antichissima, ancestrale, quella che non puoi scegliere, quella che arriva tuo malgrado, quella che il corpo riconosce prima dell’anima. Io che ho tradotto questa felicità in paura, sgomento, sfiducia. Un’altalena funambolica di gioia e terrore. Mancanza di autostima, egoismo forse, solitudine. Poi contentezza, grazia, dolcezza.

Due tacche e il sorriso mi ha sorpresa. Tachicardia e sorriso. Leggerezza e sorriso. Emozione, lacrime, maschio, femmina, piedi, mani. In 48 ore sprofondo. La mia realtà mi piomba addosso come un macigno. Non sono pronta. Non ora, non con questo lavoro, non con lui come padre. Non siamo centrati. Non voglio smettere di fare teatro, è tutta la mia vita. Sono figlia di una madre disperatamente depressa per non aver vissuto l’artista che è. Ha molte responsabilità verso sé stessa ma non tutte. Lasciamo stare, è la sua storia quella. So solo che io non voglio rinunciare alla mia strada. Se faccio teatro non posso avere figli? Ho molte colleghe che li hanno. Lavorano? Alcune sì. Moltissime poco, nulla o hanno mollato. I miei sono troppo anziani, non potrei lasciare a loro un bimbo così piccolo. Non ho fratelli, non ho sorelle. I nonni paterni sono morti. Di lui poi mi fido ancora meno di quanto non mi fidi di me stessa. È totalmente borderline. Ed io? Lo sono anche io? Se lo frequento di certo non sono equilibrata. Non mi tratta bene. È sempre sminuente, arrogante, ego riferito. Ha una serie di affari illegali. Non lo giudico. Non mi va. Fumo da sempre marijuana, sono profondamente convinta che serva la legalizzazione, lui arrotonda. (Smetterò di fumare anni dopo ma continuerò sempre ad essere per la legalizzazione.)

Lui ha una storia orrenda alle spalle. Lo so, non tutti coloro che hanno avuto un’infanzia difficile scelgono strade così complesse. Ma chi sono io per giudicare? E poi, non me lo ha mica ordinato qualcuno di uscire con lui. Lui che non mi ha certo nascosto il suo percorso. Lui che anzi, me lo sbatte in faccia quasi con orgoglio, come a dire: io mi son fatto da solo. È fragile, insicuro, in cerca di continue conferme. Come me in fondo, anche se in altro modo. Ha bisogno di primeggiare però e non lo ammette. Trova sempre il modo di accendere sensi di colpa, si circonda di anime gregarie, vuole essere sul podio. Eppure non mollo, sono incastrata in una folle sfida con me stessa. Vincere su chi cerca di dominarmi, di sminuirmi, di intossicarmi, o su chi semplicemente non va bene per me. Che idiota. Andarmene no? Cambiare strada, lasciare?

Ho freddo. Tra pochi secondi amore mio. È stato bello. Bellissimo essere scelta da te. Grazie, grazie da ogni poro della mia pelle. Non credere mai che tu non sia abbastanza, ché tu sei meraviglia, sei poesia. Sono io che non mi sento in grado. Lo so, se mi hai scelta vuol dire che potrei farcela, ma non tormentarmi amore mio. Mi strugge pensare a tutta la vita che meriti e che io non mi sento in grado di garantirti. Mi strugge avere il potere su di te. Vorrei darti una mamma serena, consapevole, protettiva. Io non riesco nemmeno a proteggere me stessa.

Una mamma senza frustrazioni, senza conflitti, senza rabbia. I tuoi nonni? Vecchie generazioni, ti amerebbero da matti ma nel contempo entrerebbero tutti i santi giorni in conflitto con tuo padre. E massacrerebbero me. Che a mia volta massacrerei te, ( non è detto lo so, ma l’eventualità mi terrorizza). Non racconto più nulla da anni in famiglia. Sarebbero sconvolti della mia frequentazione con un tipo di uomo che per loro potrebbe essere il diavolo (mia madre drammatizza pure un raffreddore, figuriamoci un tipo come lui che è oltre le righe, oltre le “loro” righe, oltre le righe sociali sicuramente e che se non si sente accettato diventa pure strafottente come non mai.) Già me la vedo ad urlare: è un delinquente, un mascalzone! Mia madre ha giudicato senza remore i miei amori per molto meno. Mio padre dopo una prima chiusura poi si adatterebbe, ma di base si adatta perché evita. Evita i conflitti, evita la profondità, evita la lotta e ahimè, così facendo, evita anche l’amore. Lo so tesoro, lo so. Me ne devo fottere di tutti. Ma ti rendi conto? Sono ancora figlia, immersa in dinamiche castranti, profondissime. Eppure non sono piccola, dovrei pensare solo a noi. Me lo ripeto da settimane. Sai amore non è tanto la solitudine che spaventa. Quanto la pessima compagnia accanto. Mi vedo in un campo minato tra due cecchini che cercherebbero di uccidersi l’un l’altro. Ed io in mezzo. In mezzo assieme a te. Da sola è durissima, ma sarebbe più semplice di gestire una guerra perenne tra tuo padre che distrugge se stesso e ogni cosa con arroganza, ribellione, illegalità e i miei genitori classe 1935 che, sdegnati e preoccupati, intraprenderebbero una crociata contro di lui, evidenziando ogni due per te le mie incapacità, delusi nelle aspettative, incapaci di aiutare senza giudizio. Specialmente mia madre. Non lo fa apposta. Ho smesso di chiederle aiuto a 12 anni. Ché lei arriva immediatamente, guidando un’autoambulanza a tutto gas e ti investe. Diventa tutto una tragedia, una macigno, una rovina senza ritorno, da ricordare a vita, da citare in ogni dialogo.

Dovrei scappare da tutto per ricominciare con io e te. Ma dove, come, quando?

Per carità, non voglio scaricare le mie responsabilità, questi sono ostacoli tosti certo, ma la realtà è che ho paura di me stessa. E ho paura di te. Ho paura, una paura fottuta.

Capisci amore? Tu cosa c’entri in tutto questo?

Preparano la puntura. Tra poco i miei occhi saranno pesanti, tra poco te ne andrai. Non sognerò amore. Non sognerò più. Scusa, di solito sono ironica, scema, divertente. Oggi non riesco. Oggi un poco di dramma lascialo anche a me. Non pensare mai che io non ti abbia amato. È me che non amo abbastanza da ritenermi capace di affrontare ciò che mi spaventa. Ti prometto che grazie a te, grazie a noi due, porterò avanti un lavoro su me stessa profondo e costante. In soli 80 giorni mi hai già insegnato tantissimo. Imparerò a stimarmi, a volermi bene. Aiutami tu, soprattutto a praticare il perdono, ad accettare la mia fragilità, le mie incapacità. Ho desiderato fin da bimba essere madre e ora ci rinuncio. Immaginavo altre condizioni che ad oggi non sono stata capace di costruire. Questo ancora non riesco a fare. Ad accogliere l’improvviso, il nuovo, il non previsto.

Sappi amore che tuo padre ti vuole sai. Ti vuole e il mio tormento aumenta. Sono io a decidere per te, per lui, per me. Il suo desiderio di paternità mi appare come specchio di un potere, di un ruolo che da conferme, senza nessuna preoccupazione rispetto al suo presente così precario. Un figlio come prolungamento del proprio ego. Magari esagero amore mio, ma io sento questo. Però lui ci crede sai. Lui ti vuole, a suo modo ti ama già. Siamo noi che non ci amiamo. Ci frequentiamo da due mesi, c’è attrazione certo, ma già ho tanti motivi per chiudere. Non è stato un colpo di fulmine. Piuttosto l’incontro tra due solitudini, tra due malesseri.

Pochi secondi ancora. Ti amo amore. Anche se ti mando via da questo ventre caldo, da questo ventre insicuro e agitato. Nel mio futuro forse mi pentirò. Ma come si fa a scegliere con il senno di poi? Come si fa a non stare in questo presente? Tu sei un dono grandissimo ma l’unico modo che ho di proteggerti adesso è non consegnarti ad una madre in caduta libera. Tornerai in quell’altrove che non è dato sapere, quell’altrove che spero pacifico e dolce per te. Fa molto male amore. Mi sento in colpa. Mi sento vigliacca. Sembra assurdo, ma anche se ti mando via io ci sono e ci sarò sempre. Ecco, si fa tutto sfocato, amore perdonami, perdonami, perdonami.

Ho ucciso molte volte
ma una più di tutte.

Chiamarlo sollievo
e non capirlo prima,
quell’impulso umano
che è arrestare il tempo,
dargli addirittura
non meno dell’ergastolo.

Questa dannata 
umana perversione,
di mozzare l’inedito,
l’altro, l’improvviso,
riprodurre la mania,
il punto che ci duole
l’aculeo che fa male,
spiare la propria morte 
in anteprima.

Ho ucciso molte volte
ma una più di tutte.
Feci una strage
per l’idea del presente
e adesso nel futuro
mi ritrovo assente.

Risveglio. Mutanda, assorbente, infermiera che se ne va. Non ci sei più. Il vuoto. Mi hai insegnato il vuoto e il pieno amore mio. È passato tanto tanto tanto tempo da allora. Ti penso ancora e spesso. Faccio il calcolo di quanti anni avresti. Un ginecologo mi disse che avrei potuto tranquillamente avere altri figli. Non è accaduto. Forse è un caso, forse l’ho voluto. Come se da qualche parte, dentro di me, non ti volessi fare questo ulteriore sgarbo. Ora ho 44 anni amore. E in questi giorni amore è venuta a galla una realtà agghiacciante.

Eserciti di croci con i nomi delle mancate madri inconsapevoli dell’esistenza di questi luoghi. Ci sarai pure tu in quei “giardini angelici”? Ci sarà anche il mio nome tra le donne crocifisse?
Perché sai amore, quelli non sono luoghi che omaggiano voi creature non nate. Quelli sono campi di tortura per le donne.

Tra i moduli da firmare, tra le mille domande a cui rispondere, tra le prediche e le indicazioni farmacologiche, nessuna donna che sceglie di interrompere una gravidanza o che perde il proprio bimbo ha notizia di dove andrà il corpo del feto. Come me, moltissime non chiedono, troppo doloroso, troppo duro immaginare un corpo che non sia più un embrione. Ma anche chi ha chiesto spesso non ha ricevuto informazioni complete.

Cito qui un estratto dell’articolo di Rita Rapisardi pubblicato sull’Espresso ( clicca qui per leggerlo al completo)

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L’art. 7 del Regolamento di polizia mortuaria del 1990 fa distinzione tra tre casi possibili in caso di aborto: bimbi nati morti (oltre le 28 settimane), in questo caso la sepoltura avviene sempre; “prodotti abortivi”, quelli di presunta età di gestazione tra le 20 e le 28 settimane e dei feti che abbiano 28 settimane di età intrauterina, cui spetta l’interramento in campo comune con permessi rilasciati dall’unità sanitaria locale, e i “prodotti del concepimento”, presunta età inferiore alle 20 settimane, considerati rifiuti speciali ospedalieri (perché non riconoscibili), quindi non destinati alla sepoltura, ma alla termodistruzione (non cremazione). 

Anche se su quest’ultimo caso in alcune regioni, come Lombardia, Campania e Marche è stato fatto un passo ulteriore, sfruttando il criterio più o meno avanzato di riconoscibilità , che permetterebbe, anche nel caso in cui il feto abbia meno di 20 settimane, che non sia smaltito come rifiuto sanitario, ma che ci sia obbligo di sepoltura. In generale la prassi è che per i prodotti abortivi e quelli del concepimento “parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione od estrazione del feto domanda di seppellimento”. 

Come agiscono le associazioni religiose

Superate le 24 ore, se non avviene nessuna richiesta, decade ogni diritto. In quel momento entrano in gioco le associazioni religiose che grazie ad accordi con gli ospedali dispongono del “prodotto abortivo” o “del concepimento”, con la libertà di seppellirlo secondo cerimonia religiosa. Persone legate all’associazione si recano nei presidi, avvengono poi i funerali : processioni con il carro funebre, in cui vengono letti passaggi delle Sacre Scritture, accompagnati da benedizioni e preghiere di cui nessuno è a conoscenza e a cui partecipano liberamente, oltre al prete, volontari e credenti. 

Questo è possibile in quanto l’associazione di volontariato, fa prima richiesta per essere riconosciuta all’interno del Servizio Sanitario Nazionale , e poi si impersona con il “chi per essi” previsto dalla legge. L’Advm è in più di un centinaio di comuni, conta oltre tremila associati e ha 60 sedi locali. Promuove “la cultura della vita, i diritti del concepito e l’atto di pietà del seppellimento dei bambini non nati, in collaborazione con le istituzioni sanitarie e la Pastorale della vita”. Si finanzia attraverso le donazioni: “Con soli 20 euro puoi sostenere il costo del seppellimento di un bambino non nato”, si legge nel sito. Ma non è la sola.

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Perché non vengono informate le donne prima o durante l’interruzione? Perché in nessun modulo viene citato tutto questo? Per denaro? A me non stupisce l’agire delle associazioni pro-life. Mi viene il vomito ma non mi stupisce. A me fanno schifo le aziende ospedaliere, di cui molte statali, che dovrebbero essere laiche e democratiche. Aziende che per risparmiare, danno tutto in mano a queste associazioni religiose che sollevano dai costi di smaltimento.

L’aborto è una scelta, altre volte un destino. La mia storia è quella di milioni di donne. Di base, qualsiasi sia il motivo, è un passaggio durissimo per la maggior parte di coloro che lo attraversano. E la società, come sempre, ci mette il carico triplo.

Per tutte, sia quelle profondamente ferite, sia quelle che non si struggono di sensi di colpa, quelle che si sono sentite più leggere (non è normale doversi vergognare di non sentirsi colpevole), per tutte vale il diritto indiscutibile di poter decidere come e dove destinare i resti di quella vita che è stata parte di noi, nonché il diritto di proteggere la nostra privacy .

Chissà per quante di noi potrebbe essere importante organizzare e partecipare ad un saluto, ad una restituzione alla natura, ad un funerale. Per quante altre potrebbe essere preferibile affidare tutto alla struttura, senza voler sapere altro. Per quante donne laiche la religione non è una strada o può non esserlo quella cattolica.

Scegliere, essere informate con chiarezza, tatto, accoglienza.

I nomi delle donne sulle croci. Come farci morire due volte. Come far morire due volte i non nati e le non nate. Come ribadire agli “angeli” che tanto si vuole omaggiare l’assenza colpevole delle loro madri. Ora che tutto è venuto alla luce, ora che la prima istruttoria è aperta, ora che si apriranno le prime cause, direi di darci da fare, amiche indisciplinate, direi di mettere un altro tassello verso il rispetto che meritiamo tutte. Contro la strumentalizzazione di ogni feto. 

Per fortuna che i morti sono più saggi di noi. I morti conoscono la verità.

 

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